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John Isaacs
2004 | Text on paper - aluminium - black frame | 70 x 70 cm et 120 x 120 cm

John Isaacs
2004 | Text on paper - aluminium - black frame | 70 x 70 cm et 120 x 120 cm
Si diceva Melampira, autoguarnendosi di miele, come farà il mondo senza di me, miei dei.Non si può, non si può.
Si può suicidare un altro? Melampira c'est moi.
Non ci serviamo più ,io e qui, e non ci divertiamo neanche.
Mentre invece io e Melampira siamo fatte per godercela.
Ululando,trotterellando sulle zampe,facendo l'amore o leccandoci le ferite.
Qui rimarrà come una lavagna, un librone di quelli che puoi vedere alle uscite dei castelli medievali nei paesini in collina.
Me ne tiro un pò fuori e vi tiro fuori, perchè a me scrivere piace e continuerò a farlo, ma che il mio posto preferito diventi un luogo inutile e di tormento non esiste.
Lunga vita alla scrittura digitale.
Ad maiora.
vostra vostra vostra
Melampira
Da qualche tempo mi soffermo sulla bellezza di una piccola frase che mi si offre spesso mentre piego carta velina verde.
C'è qualcosa di elegantemente e garbatamente erotico nel sentirsi guardati mentre si incarta un regalo con una certa maniacale cura.Loro pensano già al momento in cui lo consegneranno e io posso capire se si tratta di una vecchia zia o un amore o un superiore.
Io cerco di sbrigarmi, ma non voglio togliermi il piacere della carta e lo spago e i fiori di carta, nè esitare nell'accettare il piacere dell'essere osservata e ringraziata. Poi mi ricordo dei treni.
A voce bassa prometto di essere veloce.
(si l'aveva già scoperto Pirandello)
Puoi scegliere di non intervenire sulla sequenza casuale dei brani dell'I pod in una rara mattina da passare in casa. In casa a cercare di darle un aspetto di casa. La polvere fina che vedi nei posti abbandonati. Niente segni di giornate vive, vissute. I miei capelli si raccolgono sul pavimento del lavoro insieme a quelli delle altre più che nel mio bagno.
Pulp.
Puoi scegliere di non intervenire perchè puoi decidere di subire. Come farsi scopare. Senza starsi a chiedere nemmeno se ti va. Senza nemmeno percepire se un qualche umore ti bagna la carne. Senza saperlo, se ti va. Farsi scopare.
Lo so che lo sappiamo tutti com'è, farsi scopare così.
Così stamattina.
E si sa che "shuffle songs" vuol dire esporsi alla crudeltà del tuo alter ego in plastica e affettività elettronica. Sadico. Lo sa cos'è, come deve fare. Magari gode anche. Tipo adesso.
Come fanno i Jethro Tull a diventare un flusso di rabbia. Impossibile.
C'è anche da dire che quando si decide di farsi scopare non c'è altra via d'uscita. Finchè non finisce è così.
un orgasmo che mi plachi ogni reazione
vediamo va
E con l'autunno arriva l'autorizzazione divina a non fare ma a stare.Pensare.Putrefare.Maturare sotto terra.Nell'ultimo anno nulla del mio percorso iniziatico(laddove iniziatico è usato nel senso voglare e non iniziatico, appunto, precisiamo) ha funzionato, se non un paio di cosette che pure sono fondamentali e che sono arrivate così tra capo e collo.E che ovviamente taccio.A tutti.
E a tutti auguri di un buon autunno.A qualcun altro di felice Mabon.In ritardo, lo so.
Vorrei riuscire a stroncare, o quantomeno a mandare in letargo , questo blog. Quando avrò finito di progettare il nuovo, collettivo, ce la farò.E vi farò fare un mucchio di risate signori, perchè vi racconteremo le storie che vediamo laggiù in cantina, tra le rotaie che scorrono sopra e quelle che scorrono sotto.
E poi. Un tributo video al grandissimo Marcel Marceau che ha lasciato questa terra.Impossibile non immaginare con quale mossa del viso o con quale delicato gesto delle mani.

Dunque si.
Il Salento è terra di cui ci si può innamorare.Nonostante io non abbia girato a trottola paesi, lidi e riviere. Equipaggio in configurazione relax, un campeggio che si faceva volere troppo bene per essere abbandonato. Dalla pineta(cioè casa) alla macchia al mare trasparente in un minuto netto.
I giorni che scorrono, e possono essere mille o anche due ore, dipende. Il sangue che si blocca e blocca le acque della pancia cosicchè pensi di poterci vivere su un'amaca, mentre stai male.Male inconsolabile e non ti fai toccare.Poi il sangue e il pianto, il vento cambia.(quanto spesso cambia il vento il salento, e lo scirocco, là si che è scirocco).Cambi tu.Ridisporsi.
Ma la tragedia è aver sentito. E non sapere quale delle due sei davvero. Non posso essere una musica ,una tensione, una stagione, una visione del mondo, una voce, un piacere, una persona.Non ci riesco.Non posso.
Gallipoli ieri stava in un bicchiere.
Ogni motorino che passava era uno show.
Il mare vicino al porto era pulito.
Il sole bruciava come può bruciare il sud.
Una stella marina rossa rossa incastrata nelle nasse.
Del dialetto non ho capito molto, della gente nemmeno.L'aria, quella si. E comunque menzione d'onore:
E poi in fondo è sempre questione di culo.

Questa la statua di cui parlavo nel post di Domenica, di Eros resta un piede e una mano, il primo dietro la base su cui Afrodite è poggiata , la manina appena visibile in questa foto sul fianco della Dea, a destra.
QUI il comunicato della mostra.

Di Eros se ne dicono di tutte. Me lo ricordo in Pollon rappresentato con l'ombelico a X e il naso col moccio. Poi di marmo, bimbo rotondetto e perfetto, poi preadolescente smagrito. Le ali candide.
E' di sicuro una figura un pò bestemmiata, invocata invano.Un pò incompresa, nel suo essere così semplice. Una complessità tipica delle rappresentazioni mitche del divino, dell'archetipo. Il Dio. Quel senso di base che si conosce ma non si sa dire, chè dirlo non si può. Quel vederlo e leggerlo e sentirlo rappresentato, Eros, e saperlo senza averlo mai potuto dire, spiegare.
Cercare dentro i riccioli di Afrodite, dipinti nero su rosso su un cratere. Cercare la stessa forma dei riccioli, cercare una struttura da usare come specchio. Il suo volto sul vaso, il mio sul vetro della teca, sovrapposti.
Guardami. Ascoltami, se già hai ascoltato la mia voce.
La piccola mano di Eros bambino, solo un frammento, poggiata sulla carne di Lei, su un fianco, così piccola, così chiara la forma della pressione da poterla sentire sul mio. Un tocco che sul momento affoghi in altro, chè bene o male c'è sempre dell'altro in cui disciogliersi. Poi adesso prende la forma ineluttabile dell'impossibilità di essere tutta.
Come le statue che mi riempivano gli occhi di bellezza, intera non sono mai.
Prima la consapevolezza non era cosa leggera ma mi conteneva in uno stato di benessere.Adesso mi tira giù.Io non l'ho detto però.Non l'ho detto ma dev'essere colpa mia, per forza.My pain is self chosen.
Quelli che vanno a teatro ma solo se la rappresentazione è fedelissima all'opera di partenza, e se giulietta e romeo stanno nudi su un trabattello gridano al sacrilegio.
Quelli che leggono tanto, e poi non fanno altro che raccontartelo, e credono che tu non legga solo perchè non passi metà del tempo a parlare di quanto hai letto nella tua vita.
Quelli che leggono tanto, ma solo i saggi, ma solo i romanzi seri, ma solo la latinistica, ma solo le tragedie greche.In greco, ovvio.
Quelli, che sono gli stessi di sopra, che leggono tanto e non sanno fare altro, perchè la decodifica gutemberghiana e l'unica che sanno mettere in atto.
Quelli che si spaventano se un barbone gli chiede l'ora.
Quelli che danno del tu solo agli immigrati a lavoro, ma solo a certi immigrati, i diplomatici reggono il lei, in una quasi grammatica dell'ineguaglianza.
Quelli che internet è inutile, perchè non ha la nobilità della carta.
Quelli che vanno a vedere l'Opera per mettere il vestito buono, e poi se ne vanno sull'ultima nota.
Quelli che in rete scrivono solo di cultura e pensandosi molto al di sopra degli altri, immaginano che il resto degli scrittori digitali siano da smerdare, se non scrivono di cultura non avranno cultura, pensano.
Quelli che la cultura è solo la cultura classica, e studiano studiano, e si sentono saggi, e non hanno mai avuto un nonno vecchio con gli occhi verdi che gli diceva da bambini: la cultura è quello che resta quando hai dimenticato tutto quello che hai letto sui libri.
Quelli che dicono ti capisco.
Quelli che ascoltano la musica che eleva, e non hanno mai sentito il cuore fracassarsi per un basso metal.
Quelli per cui il punto di vista è sempre uno, la stupida distanza tra i loro occhi e il loro naso.
Mi sento costipata, ma non a livello intestinale, ecco.Sogno una purga emotiva.Una catarsi liberante.
Una cagata mentale, via.
Intanto che
non scrivo
ho visto uno dei film più belli punto. Nuovomondo. E mi chiedevo ma pure i miei saranno partiti così...chissà.Qualcuno dei miei magari si. I miei poi, quanti sono e chi, sono.Quelli là nel film pure, erano i miei. Chè se piangi per qualcosa è perchè sei fatto, un pò, di quella cosa.
non ti scantare
Era sindrome premestruale.
Ma anche.
Non depressione, no. Nonostante tutto credo che io e la Signora ci siamo allontanate, è tutto diverso, mia cara, i muscoli si sono un pò scoperti, basta anche solo quello.
Era anche dicevo...
...voci...? Facciamo voci, anche se sono più cinestetica che uditiva. E proprio per questo più che voce era mano liquida e ventosa che mi toccava, non diceva. E mi faceva quel volere. Non volevo qui e ora, io diventavo qui e ora.
Può anche darsi che mi farò così tanto prudere le terga che manderò a monte tutto.
Può anche darsi che stanotte annego, in casa.
Può anche darsi , come è, che non basta affatto un mese di lavoro e deliziosa autosufficienza e ci si potrebbe anche sentire un fallimento, come è , a trovarsi ridotti così dopo x e dopo y, ma pure dopo z.
Aver pensato, dai almeno fino ad agosto quella cosa non succede, ma bastano un pugno di coincidenze, un pò di stanchezza,utopie di semplicità, qualche ricorrenza, l'indomabile atteggiamento di Femmina.Così Lupa e anche così imbecille, da sembrare una pecora, miei dei. E trac. Il dominio sulla casa con l'eco si rompe la fronte sguiscia sullo specchio e siamo qui, io e io e io e io e io e io, ancora nel nostro piccolo inferno.
Che se c'è un posto per il paradiso è la terra. Ma per l'inferno pure.
Ieri l'uomo nero mi guardava negli occhi e mi diceva: io sono tanto stanco. Con quel tono di voce.
Forse abbiamo tutti quel tono di voce quando siamo stanchi, ma non stanchi, disperati.Fa impressione riconoscere un proprio tono di voce nella bocca grossa e secca di un nero africano nerissimo, strafatto e vagabondo.
Non ha paura di niente, perchè non perde niente, dice a limite muoio, pazienza, mi riposo.
Io ho paura del buio adesso.E della casa che scricchiola.E di sbagliare parole.E di muovermi.Di cambiare, di rimanere uguale.Di te e di te e di te e di te. E di voi. E dell'uomo nero. E del fatto che questo avocado non era molto maturo e che quindi oltre ad essere indecentemente grasso probabilmente mi rimarrà tutto sullo stomaco.
( e se funziona?!!!!!)